Corso tenuto dal prof. Antonio Lurgio
presso la canonica di Canova,
PARROCCHIA SAN PIO X
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Nel testo che ci avviamo a commentare, non dobbiamo cercare né la storia in senso positivista/fattuale (cronaca) né una ipotetica morale…
Il libro è praticamente una parabola…

Gli stranieri
E’ ambientato nella città di Ninive, VIII sec. a. C., capitale dall’Assiria, nemica mortale di Israele.
Storicamente il libro è stato scritto tra il V o IV sec. a. C. quando ormai Ninive non esisteva più.
Il libro quindi è stato scritto nell’Israele di epoca persiana.

Riformatori religiosi/sociali: Neemia circa 440 a.C. e Esdra circa 398.
La riforma di Neemia e di Esdra hanno un denominatore comune: chiusura alle influenze straniere. Nasce il giudaismo (processo di purificazione…). Ci si chiude all’interno della città di Gerusalemme… (anche perché i persiani avevano concesso una certa autonomia sul piano religioso agli ebrei).

Neemia ed Esdra espellono gli stranieri da Gerusalemme…fino a separare le famiglie:
Esdra 9, 10-15; 10, 1-12.44.
Neemia 10, 31… 10, 23-32.
Nella città santa di Gerusalemme non ci può stare nessuno che non sia ebreo e quindi impuro…
Si ricostituisce un giudaismo intorno alla “Torah mosaica “escludendo tutto ciò che è esterno.

Nello stesso periodo nasce anche un’opposizione a tale prospettiva e che è figlia di un giudaismo dialogico cfr. Libro di Giona e libro di Rut (entrambi V-IV sec.).
In entrambi i libri abbiamo degli stranieri che fanno bella figura.

Rut è una donna, pagana (moabita e quindi nemica di Israele), che diventa la nonna del re Davide.
Giona è un israelita che fa una pessima figura mentre il ruolo positivo è offerto dai marinai pagani e dagli abitanti di Ninive che si convertono e vengono perdonati dal Dio di Israele.

E’ interessante la pluralità di prospettive nella bibbia…

Problemi del libri di Giona:
a) come porsi di fronte ai non ebrei (cc. 1 e 3 hanno al centro i marinai e i niniviti che sono anche pagani cattivi);
b) chi è il Dio di Israele (cc. 2 e 4): un giudice o un padre pieno di misericordia?

Cfr. Siracide (inizi del II sec. a.C.): “… misericordia e ira sono in Dio, potente quando perdona e potente quando riversa l’ira. Tanto grande la sua misericordia, quanto grande la sua severità; egli giudicherà l’uomo secondo le sue opere” (16, 12-13).

Gesù supera questa contraddizione presentando un Padre che è solo ed esclusivamente buono. Per gli evangelisti Dio non può essere contemporaneamente giusto (nel senso di amministrare e giudicare con giustizia) e misericordioso. Il Dio di Gesù, che coincide con suo Padre, non può che essere solo misericordioso… “Non sono venuto a giudicare, ma a salvare/curare…”.

La seconda domanda del libro di Giona è la più importante. E a questa l’agiografo vuole dare risposta.
Anche perché l’atteggiamento che un credente ha verso l’altro dipende dalla sua idea di Dio.

Più che un libro profetico nel senso classico del temine, il libro è una parabola di carattere sapienziale, vuole educare il lettore con un ottimo uso dell’ironia.

1, 1-3 Introduzione. Viene presentato Giona senza dirci chi è e cosa faceva… Uno tra i tanti israeliti…
Giona in ebraico significa “colomba”.
La colomba è stata letta come l’immagine del popolo di Israele (tradizione giudaica successiva). Giona quindi rappresenta in un certo modo Israele. E’ figlio di Amittai che in ebraico significa “il fedele”. Quindi si tratta di un israelita credente/osservante.

In 2 Re 14, 25 si parla di un Giona figlio di Amittai che preannunzia al re Geroboamo II di Israele il tempo in cui il Signore salverà Israele allargandone i confini fino ai territori promessi ai padri.

Giona è un nome che la tradizione di Israele conosce, come di un profeta che annuncia la salvezza per Israele… Stessa figura?

Al nostro Giona è rivolta la parola del Signore, che sembra essere chiara, però…
“Alzati, va’ a Ninive la grande città e grida contro di essa perché la loro malvagità è salita fino a me”.
Della città di Ninive si dice: è grande e malvagia. Giona deve gridare contro di essa. Ma cosa deve gridare? Non è detto.

Cfr. Libro di Naum che significa “il consolatore” è per intero scritto contro Ninive/Assiri. Il profeta annuncia a Ninive le cose peggiori… (cfr. c. 3).
La città di Ninive fu realmente distrutta dall’esercito babilonese

Un ebreo leggendo il v. 2 del libro di Giona pensa che Ninive debba essere distrutta in quanto il Signore ne annunzia la rovina totale.
Attualizzando: se si chiede all’americano medio cosa pensa dell’Iraq (prima della guerra) ti risponde che va distrutto…(eliminato il covo del male…).

Ma il versetto 2 non dice questo. E’ la tecnica letteraria dell’ambiguità che lascia al lettore capire cosa il Signore vuole da Giona. E la risposta è da trovare all’interno dell’esperienza che si ha con Dio…
La reazione di Giona è per noi inaspettata: fugge verso Tarsis (Spagna), in direzione opposta a Ninive. In questi primi tre versetti, due volte viene detto che Giona fugge “lontano dal Signore”.
La fuga di Giona non è dalla sua missione ma da Dio.

Domanda: Perché Giona fugge?
Il testo non lo dice. Perché tocca a noi lettori trovare la risposta.
Perché ha paura? Perché è buono e non vuole predicare la distruzione? Perché non è d’accordo con Dio e vorrebbe subito la distruzione della città?

Non solo Giona fugge, ma deve pagare per fuggire, imbarcandosi.
Giona sceglie la libertà lontano da Signore, ma la paga a caro prezzo…
Inizia la lotta fra due libertà: da un lato Dio che vuole qualcosa da Giona e dall’altro Giona che non ne vuole sapere…

VV. 4-5 Dio non lascia fuggire Giona ma lo riprende per portarlo lì da dove era fuggito. C’è la tempesta e ogni marinaio prega il proprio dio. Giona invece scende nel ripostiglio della nave e dorme profondamente. E’ l’inizio dello scendere sempre più in basso da parte di Giona fino a scendere nel fondo del mare… A questa discesa si associa il dormire.

V. 6 Giona viene svegliato e invitato a pregare per la salvezza. Il testo ci presenta un Giona addormentato e disinteressato alla propria vita e a quella delle persone che gli stanno accanto.

Cioè: Giona rappresenta quel tipo di credente che sa di avere delle responsabilità da parte di Dio e che non solo scappa, ma si disinteressa di ciò che avviene intorno a lui…(chiude gli occhi, mette la testa sotto la sabbia, si rifugia in un tipo di religiosità che non gli faccia vedere tutti i guai che succedono intorno…).

Il capitano della nave sveglia Giona con la stessa parola usata da Dio nella chiamata: “Alzati”. Il capitano, che è un pagano, ricorda a Giona ciò che un israelita dovrebbe fare e cioè la missione di salvezza che Dio gli ha affidato… Cfr. Marco 4, 35-41 la tempesta sedata…

Quando si scopre che la colpa della tempesta è di Giona (v. 7), viene sottoposto a un vero e proprio interrogatorio (v. 8).

V. 9 Giona risponde con il catechismo in mano. E’ il classico credente che ritiene di sapere tutto perché tutto è scritto nel catechismo. Ha sempre la risposta pronta. Praticamente inutile.
La risposta di Giona è ineccepibile, ma inutile.

Giona infatti non crede in questo Dio altrimenti non sarebbe scappato dalla parte opposta e cioè il più lontano possibile da lui.
C’è un contrasto profondo fra la professione di fede di Giona e la sua condotta reale. Giona afferma di credere, ma intanto è scappato.

VV. 10-16 Sono i pagani che arrivano alla fede. Inizialmente attraverso la paura…
Di fronte ai marinai che gli chiedono cosa fare per calmare il mare, Giona risponde: “Gettatemi in mare”. Risposta assurda.

Appena Giona viene inghiottito dal pesce, il narratore gli mette in bocca una lunga preghiera che prende tutto il capitolo 2.

Siamo nel momento di maggior dramma dell’intera storia, non sappiamo come andrà a finire e il narratore sceglie di esprimere il dramma con una preghiera in forma poetica.
Vocabolario: abisso, nel fondo, fossa, inferi… continua discesa di Giona… E’ in una situazione da cui non si vede l’uscita.
La preghiera è una collezione di citazioni dai salmi. Giona prega troppo bene. E’ una preghiera religiosamente perfetta.

Questa preghiera testimonia ancora dell’ironia del narratore. E’ troppo bella questa preghiera. Giona inoltre prega solo per se stesso, non c’è una parola per Ninive o per i marinai, anzi l’unica volta che li ricorda lo fa con la superiorità dell’israelita del tempo (vv. 9-10).

Ma il capitolo precedente si chiudeva dicendo che i marinai offrirono sacrifici al Signore (Dio di Israele).

Domanda: questa preghiera è sincera? Oppure è una preghiera ipocrita, troppo bella/santa/fatta come si deve?

Secondo alcuni studiosi questa preghiera è interpolata, cioè aggiunta redazionalmente da qualche scriba e non facente parte del libro.
Secondo altri fa parte del libro, è la bravura del narratore e della sua ironia: è una preghiera ambivalente.
Giona da un lato è sincero (sos disperato lanciato a Dio perché si trova col sedere per terra) e dall’altro rispecchia ciò che il personaggio è, cioè un egoista (preoccupato solo di se stesso).

In tutto ciò, la sua preghiera è profondamente umana, fa parte della vita dell’uomo… (forse per questo le preghiere non sono esaudite?).

Il narratore non ci vuole presentare un santo/perfetto, ma un uomo nella sua normalità…
I personaggi che la narrativa biblica ci presenta non sono mai come il lettore se li aspetta…

Il capitolo due si conclude con l’ordine di Dio al pesce che ributta Giona sull’asciutto.
Il simbolo di ciò è che la vita di Giona è nelle mani di un altro… Il ritorno a Dio/conversione non può essere opera dell’uomo: è Dio che riprende Giona e lo riporta a sé.

Dopo tre giorni … V. 1 Giona deve sperimentare il fondo della sofferenza/disperazione/umiliazione per trovare la speranza grazie all’azione di Dio.
Analisi teo-simbolica. A chi gli chiedeva un segno, Gesù risponde che l’unico segno è quello di Giona (Mt. 12, 38-41).
Arte cristiana: Giona diventa segno della resurrezione/speranza/vita ed era raffigurato sui sarcofagi… (paleocristiana e medievale).

Capitolo 3, A Giona viene offerta una seconda opportunità.
Il narratore, usando la tecnica della ripetizione, sembra dire le stesse cose dell’inizio del capitolo primo, ma non è così:

1, 1: “Alzati, va’ a Ninive la grande città e proclama contro di essa che la loro malizia è salita fino a me”.

3, 2: “Alzati, va’ a Ninive la grande città e annunzia/grida loro quanto ti dirò”.
Inizio più positivo rispetto al c. 1.

Ancora una volta non sappiamo cosa Giona deve gridare a Ninive. Ciò che sappiamo è solo ciò che di fatto Giona griderà: “Ancora 40 giorni e Ninive sarà rovesciata” (v. 4). Il verbo è: rovesciata e non distrutta. Queste parole gliele ha dette Dio o se le è inventate Giona?

Secondo Giona: fra 40 giorni Dio vi ammazza tutti. In realtà Ninive verrà rovesciata, nel senso che si convertirà (questo è ciò che pensa Dio) e diventa un’altra città. Per Dio è terminato il tempo della violenza ed è iniziato quello della penitenza.
40 giorni è il tempo della penitenza e non della punizione.
Giona si è dimenticato dei 40 anni di Israele nel deserto…

V. 3-4 Ninive era una città grande
, per attraversarla occorrevano tre giornate di cammino. Era grande persino per Dio. Storicamente falso. Tre giorni di cammino sono oltre 60 km. E Ninive non era così grande…
Bellissimo: se Ninive è troppo grande persino per Dio cosa potrà fare il povero Giona? Ma cosa pretende Dio da Giona? Lo manda in un posto immenso e da gente cattiva/ostinata che nemmeno lui è riuscito a convincere…

V. 5… “I cittadini di Ninive credettero a Dio…”. Il verbo credere nella bibbia si applica a Israele. E’ rarissimo il caso in cui si intende il pagano…

Interessante: prima credono e poi compiono atti che dimostrano la fede “bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo”.
Gesti esteriori: digiuni, sacco, cenere…

V. 8 Gesti interiori: abbandono della violenza. Ognuno si converte dalla violenza che ha nelle mani : la violenza della grande città, la violenza del grande impero.
La vera conversione è l’abbandono della violenza…il resto sono segni esteriori…

Perfino gli animali devono coprirsi di sacco e partecipare… E’ una conversione che deve raggiungere ogni antro possibile del paese. Come la violenza aveva contaminato tutto, così la conversione dovrà curare ogni cosa…

V. 9 E’ la domanda di fondo del capitolo: chissà che Dio non si converta e desista dalla nostra distruzione…
Chi sarà mai questo Dio? E’ un Dio giudice che ci ammazza tutti? O è un Dio diverso?
Il re di Ninive, che parla a nome di tutti, si pone il problema.

Il problema è la conversione di Dio oppure l’uomo che finalmente scopre chi è effettivamente Dio?
Questo Dio che torna indietro e cambia idea è già conosciuto nella bibbia. In Genesi Dio si pente di aver creato l’uomo perché cattivo (c. 6) e manda il diluvio. Poi si pente e decide di non inviarlo mai più…

Ecco allora il problema: Chi è veramente Dio? Colui a cui attribuiamo caratteristiche umane di giudizio…o pura misericordia?
E’ importante avere un’idea corretta di Dio… Bello ciò che dice il re di Ninive: chissà, forse Dio cambierà, forse non assomiglia all’idea che noi abbiamo di lui…

Cfr. Gioele 2, 12-14 (prima lettura del mercoledì delle ceneri) Il parlare dei profeti: chissà che Dio non sia diverso da quello che noi immaginiamo…

V. 10 I niniviti scoprono un Dio che svela il suo vero volto davanti all’uomo.

Passiamo alla sorpresa bellissima che ci riserva il capitolo 4.

4, 1 Giona si arrabbia che Dio sia buono.
Tre volte ricorre la parola male: 3, 8 ognuno si converta dal suo male (condotta malvagia);

3, 10 Dio vide che si erano convertiti dal loro male (condotta malvagia); 4, 1 Giona ne provò un grande male (dispiacere).

Ecco l’ironia: i niniviti che pure sono malvagi hanno abbandonato il male, Giona invece sta male nel vedere che gli abitanti di Ninive stanno bene.
Giona è dispiaciuto e adirato dal fatto che Dio perdona, che Dio è buono, che è misericordioso…

Giona assomiglia a quei credenti che ragionano solo con il codice di diritto canonico e sono pronti a condannare e per l’eternità… Credenti tutti di un pezzo che non perdonano nessuna trasgressione da parte degli altri…

V. 2 Ora capiamo perché Giona era fuggito. Non perché avesse paura ma perché sapeva bene quello che Dio voleva da lui. Giona conosce la bibbia… Giona è scappato perché sapeva che Dio avrebbe perdonato Ninive. Invece lui, da credente ortodosso, pensa invece che i peccatori vanno annientati…

Cfr. Esodo 34, 6-7 (p. 195) Il Dio che perdona Ninive è lo stesso Dio dell’esodo che perdona Israele… “Io sono il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”.
Giona vuole invece un Dio che punisca, che distrugga i malvagi. Giona pensa: cosa ci vado a fare a Ninive, tanto li perdoni.

Giona vuol dettare legge a Dio. Dove va a finire il mondo se Dio perdona i niniviti? Dio deve schiacciare i malvagi ovunque li trova.

Il credente Giona (emblema di ogni credente) si permette di mettere in questione l’azione di Dio. Per questo tipo di credente, Dio ha torto. (Quanti ragionano in questo modo oggi?).
Capiamo anche che Giona è andato a Ninive con le gambe e non con il cuore. Quanti credenti fanno le cose non perché ci credono e le condividano ma perché devono…con una pesantezza incredibile…

Questo testo diventa emblematico per una comunità cristiana che spesso giudica il prossimo con
una severità tale che non è degna di Dio. E’ il tentativo di sostituirsi a Dio incarnandone la volontà…

Giona, credente israelita, guarda il prossimo in modo radicalmente diverso dallo sguardo di Dio. Lo stesso vale per la comunità cristiana…

V. 3 Non solo Giona non è d’accordo con Dio ma vuole addirittura morire. E’ malato del protagonismo dei credenti: se tocchi il mio io, tutto crolla.

V. 4 Pedagogia di Dio. Anche in questo caso Dio non interviene per condannare Giona ma per domandare e farlo crescere (cfr. Genesi 3, 9 Dio chiama Adamo e gli dice: Dove sei? Non gli chiede cosa hai fatto. E così con Caino: “Dov’è tuo fratello?”).

Dio interviene chiedendo e non accusando, vuole capire la situazione dell’uomo per aiutarlo a uscirne…
“Ti sembra giusto essere così adirato?” Dio pone Giona davanti alle proprie responsabilità. Ma Giona non risponde. E’ la classica situazione di quelle persone che credono di avere sempre ragione: davanti all’evidenza del proprio torto, tacciono.

V. 5 Stupendo ciò che sta descrivendo l’autore.
Praticamente Giona pensa tra sé: gli abitanti di Ninive si sono convertiti, però la cosa non dura. Prima o poi ritorneranno alla situazione di prima perché sono violenti/terroristi… e Dio li distruggerà. E io sarò qui a godermi lo spettacolo della totale distruzione della città…

Ninive è nella zona di Tikrit (il paese di Saddam Hussein in Iraq).

Infatti Giona, come riparo, usa delle semplici frasche. Tanto deve rimanere poco tempo perché i niniviti non resisteranno per molto nella loro conversione.

V. 6 Il Signore gioca con Giona. Gli fa crescere una piantina sulla testa, lo coccola… e, attenzione all’ironia, provò grande gioia per quel ricino.
Non è contento se gli abitanti di Ninive si convertono, ma per una pianta che a lui serve è molto soddisfatto…

VV. 7-8 Dio sta educando Giona con dei fatti banali/semplici. Giona non ha capito le cose grosse, forse capirà le piccole…(vento, verme pianta di ricino). “Qiqajon=arbusto/ricino)
Appena Giona è in difficoltà, Dio gli pone la domanda con cui si chiude il libro:

V. 9 “Ti sembra giusto essere così sdegnato per una pianta di ricino?”
E Giona che ancora non ha capito nulla risponde: “Sì, è giusto; ne sono sdegnato al punto da invocare la morte”.
E’ la terza volta che Giona invoca la morte.
Giona è un egoista, al centro ha se stesso e non Dio.

VV. 10-11 Arriva l’intervento di Dio che chiude il libro e mette Giona con le spalle al muro.

Il libro era iniziato con Dio che parlando di Ninive la grande città diceva che la sua malizia è salita fino a me (1,2).
Ora Dio dice che vi sono (oggi diremmo 10 milioni di abitanti) 120.000 persone che non sanno distinguere il bene dal male, cioè la mano destra dalla sinistra (praticamente sono bambini).

Allora qual è il vero volto di Dio?
E’ il giudice che punisce i malvagi o il Dio che ama gli uomini e dà spazio per la conversione.
Questi quattro capitoli rovesciano l’idea di Dio dell’israelita del tempo.

Ora per capire chi è Dio occorre rispondere a quest’ultima domanda del libro. E’ l’unico libro della bibbia che termina con una domanda

Il testo non ci dice qual è la risposta di Giona. Perché? Perché Giona siamo noi. Giona è chi legge
(l’israelita di allora e di oggi e il cristiano/chiesa di oggi e di ieri e di ogni tempo…).
E’ la tecnica letteraria della finale aperta, caratteristica anche delle parabole neotestamentarie (cfr. figliol prodigo…).

Una domanda sulla misericordia di Dio verso quelli considerati i più cattivi che gli ebrei potessero immaginare…
Cattivi che vengono giustificati con lo stesso linguaggio che Luca mette in bocca a Gesù: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

Problema: “Il credente ha il diritto di mettere un limite alla misericordia di Dio?” Anche se è il popolo eletto (Israele); anche se è la Chiesa?
Il credente ha il diritto di farsi un’immagine di Dio oppure deve adeguarsi all’immagine che Dio rivela di sé?
Se questo libro è stato scritto nel periodo in cui Israele ha il problema di mantenersi fedele a Dio, è terribile l’impostazione del testo.
Perché? Perché il primo che rifiuta la parola di Dio è proprio Giona.
Giona, come ogni pio credente, vuole buttare fuori gli altri, tenerli lontano, evitare contaminazioni, perché non conoscono il vero Dio e rischiano di rovinare i veri credenti. E non si accorge che il vero problema è lui. E’ lui che butta via la parola di Dio quando non gli conviene…

Ora al posto di Giona mettiamo la Chiesa, mettiamoci noi.
Quando diciamo: “Accidenti…se è vero che c’è una giustizia…scamperanno alla giustizia degli uomini ma non a quella di Dio… Non è giusto che Dio gliela lasci passare liscia…”
Diciamo e pensiamo le stesse cose di Giona.

Giona preferisce addirittura morire: “Se questa è la realtà, basta. Fammi morire. Non ne voglio più sapere”.
Giona dice ancora: “E’ meglio per me morire che vivere; è meglio morire che accettare che Dio sia così”. Molti infatti si creano un dio a proprio uso e consumo…un dio che li rassomigli…
E’ terribile !
Salta l’idea della creazione. Non è vero che tutti sono figli di Dio. Io lo sono e loro no…
Confronta: Caino e Abele (Gn. 4), e il fratello maggiore della parabola di Luca sul padre misericordioso (lui dice al padre “questo tuo figlio” e il padre gli ricorda “questo tuo fratello”).

Dio vuol far ragionare Giona, rispetto a Ninive, nel modo in cui ragiona lui.
Dice Dio: “Tu Giona vedi Ninive solo come un covo di malfattori, per cui il giorno in cui sparisce dalla faccia della terra canterai di gioia perché ci saranno tanti delinquenti di meno.
Ma per me sono creature mie. Delinquenti fin che vuoi, ma sempre figli miei (e più bisognosi degli altri). E tu credi che a me non dispiaccia che loro siano così? E che non mi faccia piacere che possano essere diversi?”

La pianticella di ricino dovrebbe aiutare Giona a fare questo tipo di ragionamento. A valutare Ninive come la valuta Dio.

Questione. Giona nel primo capitolo ha rifiutato la parola di Dio e si è messo nella condizione di morte (in fondo al mare). Ha invocato Dio, è stato salvato e lo ha ringraziato perché nella sua misericordia lo ha riaccolto.
Ora Giona non riesce a pensare/credere che anche i niniviti possano sentire il bisogno del perdono di Dio per ridare nuovi orizzonti alla loro vita. Anche loro ritornare dalla morte alla vita.

Quante volte anche noi giudichiamo e scartiamo: “Chi…quello lì…?” E viviamo questo rapporto come rifiuto totale/definitivo e senza appello: “Sei un disgraziato… Per me puoi anche crepare… Non me ne importa più niente…”

Ma Dio non è così. Lui di mestiere fa il valorizzatore… (non spezza una canna incrinata dal vento né spegne la fiammella…).

L’atteggiamento di Giona risponde alla domanda: “Perché tu non vuoi che Dio perdoni Ninive?”
Risposta: “Perché sono cattivi, violenti, delinquenti… Perché non cambieranno mai.. Perché appena possono fanno anche di peggio…”.

Il perdono di Dio risponde alla domanda: “Perché no? Perché non potrebbe essere vero il loro cambiamento, la loro conversione?”

E’ questo il problema che abbiamo davanti e che ci rende così facile essere come Giona e così difficile pensarla come Dio.